
Intervento di Stefano Mirti
Dalisi, Tenco, Garrincha e gli angeli dalle gambe storte...
Tema difficile, delicato, forse un po' troppo “prezioso” per essere affrontato così… …diciamo una roba sul filo del rasoio. Ancora, non si può fare sempre finta di nulla, da cui allacciate le cinture + partiamo subito con un video su youtube: http://www.youtube.com/watch?v=dJOGRWkWcIc
Un videoclip che è un omaggio a Garrincha, la piu' grande ala destra della storia del calcio (o se preferite, il più straordinario numero “11” di tutti i tempi).
Manuel Francisco dos Santos, detto Garrincha, "uccellino", un genio totale, assoluto, Dio (o qualsiasi altra entità assoluta nella quale voi crediate) nella versione tascabile da novanta minuti.
Ovviamente, il nostro genio e’ stato sempre oscurato dal noiosissimo e spocchiosissimo Pele' (con questo piccolo dettaglio che il Garrincha era pero' cento volte piu' bravo). Che dire? Nulla, capita.
Pregasi anche notare la colonna sonora del suddetto videoclip: Pinball Wizard degli Who: la storia di un ragazzino cieco, sordo e muto che diventa un imbattibile asso al flipper.
Ever since I was a young boy, I've played the silver ball
….from Soho down to Brighton, I must have played them all…
….but I ain't seen nothing like him in any amusement hall:
That deaf, dumb and blind kid: sure plays a mean pinball…
Sappiamo tutti che il mondo - a grandi linee - può essere diviso in due: da un lato ci sono i Pele', i Platini, i grandi maestri del design (del cinema, della letteratura, di quello che volete voi), taglianastri assortiti di tutte le risme.
Tutta gente organizzatissima, carriere pianificate come fossero orologi svizzeri, giocatori che segnano, guadagnano, che c'hanno il procuratore, l'avvocato; che quando smettono di giocare diventano presidenti, ammiragli, cardinali e quant'altro. Brava gente per carità, ancora quei soggetti che di rado riescono a farci battere il cuore forte e innamorare perdutamente.
Da quell’altro lato ci sono i Garrincha. Ovvero i virtuosi, quelli che sono così bravi che non gliene frega nulla di quelle mille bagatelle che impegnano il 99% dell’umanità. Gente che vola sempre una spanna rispetto a tutti, i veri fuoriclasse, quelli che sono costantemente su un altro pianeta mentre noi siamo in coda alla posta per pagare la bolletta.
In genere sono sempre molto piu' bravi degli altri, pero’ ancora, per xyz motivi percorrono strade altre. Per capirci, Walter Chiari che brucia la sua carriera per Ava Gardner e altre mille donne bellissime, Mart Stam che non pago di essere piu’ bravo di Mies e Corbusier messi insieme, se ne va a Mosca a fare la rivoluzione bolscevica. Percorso peraltro non troppo diverso da quell’altro funambolo e prestigiatore che era Gabriele Mucchi, oppure chi altri? Luigi Tenco dimenticato gran visir di questa galassia altra (se non ci credete, procuratevi l’mp3 di “Ciao amore ciao”, cosi’ capite cosa si vuol dire…)
...guardare ogni giorno, se piove o c'e' il sole,
….per saper se domani, si vive o si muore…
Vabbè, torniamo però a Garrincha che se continuiamo con Tenco (per non parlare di Dalida) entriamo in un gorgo che non ne usciamo più…
Garrincha, chiamato dagli amici "Mane'", abbreviazione di "Manuel". Ovviamente è importante sapere che in portoghese “mane” vuole anche dire "pazzariello", "matto".
Ecco, nell' album delle figurine, Riccardo Dalisi appartiene a questa categoria, quella dei eroi tipo l’angelo dalle gambe storte (altro nomignolo del Garrincha: gentile riferimento a una sua gamba di sei centimetri più corta dell’altra).
Gente troppo brava per essere valutata con il metro standard.
Boetti che apre l’One Hotel a Kabul (un hotel che aveva una stanza sola…), il Dalisi delle caffettiere, Francoise Hardy che non paga di diventare sempre più bella al passare degli anni, si mette a fare l’astrologa. Eppoi Corrado Levi, Sam Peckimpah del Mucchio Selvaggio, Mick Taylor che lo cacciano dai Rolling Stones perchè era effettivamente troppo più bravo rispetto a Mick & Keith (che poi alla fine la grande massa si scorda di Mick Taylor e Martin Scorsese fa il documentario da prima pagina sui Rolling Stones meno dotati come musicisti ma per certo molto più abili nelle pubbliche relazioni…)
Insomma, ci sono gli angeli dalle gambe storte e i cherubini delle caffettiere napoletane. Spiriti celesti che ci fanno impazzire proprio per questa loro “angelitudine”, saggi orientali che mentre tutti vorrebbero fare grattacieli priapici colossali tipo John Holmes, loro, lemme lemme quatti quatti, continuano a lavorare sui loro incommensurabili gioeilli più o meno invisibili ai più.
Bello, figo, chiaro & lineare.
Dopodichè, Dalisi se ne arriva in Naba a farci vedere le ultime cose, e cosa ci tira fuori dal cilindro?
Un’architettura enorme e gigantesca, che agli occhi di chi scrive sembra anche sensualmente arrogante. Parafrasando Alessandro Mendini: una strabiliante bellezza di tipo realistico. Un realismo dove il virtusisimo tecnico diventa esso stesso il fine ultimo dell’architettura.
Ora, io lo so che Mendini scrive poi che il progetto di Dalisi per l’Albergo dei Poveri è esattamente l’opposto di questo. Ma a me sembra che così non sia.
Sarà che non ci arrivo, che non sono sofisticato a sufficienza, ma quella che Mendini definisce un’utopia umanistica a me sembra una scenografia che non riesce andare oltre al mio sbalordimento risolto nella meraviglia della visione.
Se c’era una visione romantica, io mi sono perso alla terza tavola. L’organigramma metodologico così chiaro a Mendini, io a quello proprio non ci arrivo. Io vedo una sberla colossale di edificio. Colorato e con forme anche simpatiche, ancora, un ceffone che mi ha ribaltato e che ci ho messo venti minuti a riprendermi.
Boh. Grande sconcerto (mio).
Per carità, nulla è più noioso dei progettisti che si ritagliano il loro clichè e li stanno. Ancora, se poi Maradona si mettesse a dirigere San Patrignano io rimarrei sconcertato mica male. Come se Caravaggio arrivato a Malta avesse messo la testa a posto e diventava il pittore di fiducia del papa e gli facevano dipingere gli appartamenti di Giulio II. Ma va… Ma no… Ma quella è un’altra storia.
Quella è la storia di Raffaello, ma che scherziamo? Che Caravaggio rinuncia a squartare il tipo che l’aveva fatto innervosire giocando a pallacorda per la rispettabilità raffaellesca? Suvvia…
Se nasci Garrincha, non puoi diventare presidente della FIFA. Quello lo lasci a Pelè, che siccome aveva le gambe uguali, non riusciva a dribblare l’uomo da fermo lasciandolo ubriaco a girare su se stesso. Se incontri quello che fa la Tres Grande Bibliotheque (biblioteca più grande del mondo e anche premio mondiale del nome più idiota della storia), noi ci aspettiamo che lui si inchini a terra, perchè cento di quelle biblioteche non valgono una caffettiera. Mica che ci mettiamo a pensare di fare la caffettiera più grande del mondo? Se quello è tonto, è un problema suo, mica nostro…
Boh…
Non so proprio. Magari mi sbaglio.
Senza contare che io devo confessare di non avere alcuna lucidità.
Mi sento tradito, come se la mia ragazza mi lasciasse per mettersi con uno che gira su una Ferrari 360 colorata di giallo. Mi verrebbe un nervoso che spaccherei tutto e se qualcuno mi chiedesse di scrivere un articolo su di lei o sulle Ferrari 360 in rapporto alle F355, ovviamente non potrei che parlarne male facendo nel contempo l’elogio della Trabant.
Insomma. Sulle questioni di cuore non si scherza e io qui lo ammetto, mi sento come un amante tradito. Tipo quando capisci che la medesima Caterina Caselli che cantava Ninna nanna a un certo punto smette di cantare e diventa il più importante discografo sul mercato. Bravissima nei fatturati, perfetta nel gestire mille persone, eccezionale businnesswoman, ancora a me piaceva di più quando cantava Buio in Paradiso. Mmmmmmhhhhhhhhh…….
Che non avevo mai conosciuto questo Dalisi, che lo conosco, personaggio amabilissimo e piacevole, emozione assoluta eppoi mentre mi aspetto una carezza bellissima che ho sognato da anni, chiudo gli occhi e mi arriva una mazzata da mille quintali sulla capa.
Forse ha ragione Dalisi (e con lui Mendini), forse dovrei sospendere il giudizio.
Nel dubbio, mentre ci penso un pò meglio, il lettore mp3 è arrivato a Sergio Endrigo, specificatamente (per chi ama i dettagli) a: Mani bucate….
…non hai saputo
tenerti niente,
neanche un sorriso sincero,
…..e avevi il mondo,
il mondo intero,
nelle tue mani.
….tutto hai perduto,
anche l'amore,
buttato via
dalle tue mani,
mani bucate.
…avevi tanto
e hai sempre dato
tutto a nessuno.
….tutto hai perduto,
anche il mio cuore,
….buttato via
dalle tue mani,
….mani bucate.

Intervento di Giacomo Ghidelli
Alessandro Mendini, nel suo intervento “Parliamo di Architettura” e nel suo disegno accompagnatorio, ha indicato come meglio non si potrebbe la situazione dell’architettura contemporanea. Io non sono uno specialista dell’argomento: non sono né architetto né designer. Ne sono, come tutti, un “fruitore”. Proprio per questo non so se le cose che dirò siano già state dette (e magri molto meglio) da altri. Quello che mi sembra, però, è che anche nel campo dell’architettura si sia finalmente arrivati allo svelamento dell’essenza che questa forma di progetto (ma non solo questa) ha raggiunto nella “società del mercato”, dove tutto è subordinato unicamente al profitto, essendo la tecnica soltanto uno strumento per raggiungerlo. Detto sinteticamente, e “rubando” la sollecitazione di Mendini, direi che oggi siamo ormai nel pieno della pornografia dell’architettura. Baudrillard, nel suo L’illusione della fine, ci spiega molto bene come la pornografia consista nell’esposizione ravvicinata degli oggetti, che vengono colti nella loro irrelazione con le emozioni. Il “taglio” con il contesto e l’annidarsi dell’oggetto (di qualunque oggetto) nel suo solo alveo economico è esattamente ciò che produce la pornografia: la pornografia dell’architettura, del design, della scrittura, dell’opera d’arte e così via. Nella “società del mercato” tutto viene ridotto a “evento da mostrare”. Ma proprio perché evento, anche l’architettura si consegna all’attimo (che può durare anche oltre se stesso, ovviamente), il cui destino è però sempre quello di farsi dimenticare, non appena compaia all’orizzonte un attimo più grosso, più eclatante, più capace di suscitare discussioni, anche queste effimere come la merce che le ha prodotte. Il risultato di tutto ciò, come è stato suggerito, a lungo andare è l’indifferenza, la distanza, lo scetticismo, l’apatia. In attesa di una prossima esplosione che faccia rizzare di nuovo l’attenzione. Sempre per un attimo, s’intende. Anzi, mi consenta, per un attimino.

Intervento di Marcatti
Oggi l'architettura viene "brutalizzata" al servizio di una risoluzione puramente tecnica ed al servizio del denaro. Poco importa l'uomo, il territorio, l'ambiente. Gli edifici più sono grandi, alti e tecnologicamente avanzati, diventano icone di un virtuosismo dell'architetto, il progettista, del committente, il proprietario, e dell'edificio stesso, la sua imponente architettura. Poco e nulla viene più rapportato all'uomo, come individuo,come abitante del pianeta. Il progetto di Riccardo Dalisi, pur nella sua gigantesca dimensione, ci restituisce, in una parte il suo modo di essere prima uomo, e poi progettista, e dall'altra un linguaggio ed un metodo espressivo, ed in parte tecnologico, a salvaguardia del territorio e dell'ambiente. E' una sua prerogativa, un suo linguaggio personalissimo, una sua utopia, una sua sfida nel panorama mondiale delle star dell'architettura, dove oramai il manufatto architettonico non esprime più desideri e bisogni dell'uomo, ma una continua rincorsa all'apparenza, e alla sua espressività formale. Sicuramente non è semplice cimentarsi con un progetto come il nuovo Albergo dei Poveri a Napoli, ma ritengo che solo da queste sperimentazioni, solo da queste utopie, si passi poi alla realizzazione in toto o in parte di un progetto che tenga in considerazione i veri valori che forse poche persone sensibili e capaci riescono poi a mettere sulla carta. Riccardo Dalisi è uno di queste persone, con una sua poetica, un suo linguaggio, ma soprattutto con una sua attenzione nei confronti dell'uomo, della città, del territorio circostante. Personalmente sono sempre attratto da colleghi e amici che si cimentano non solo con una architettura, ma cercano di sperimentare anche un linguaggio che tenga conto delle risorse oramai esigue del nostro pianeta: acqua, aria, inquinamento, e mobilità. Forse bisognerebbe confrontarsi più spesso e farsì che progetti e tematiche di recupero come il progetto di Dalisi non rimangano solo degli esempi unici di una possibile nuova metodologia del fare, ma diventare prassi comune dove gli architetti italiani, possano ancora esprime una loro idea di architettura etica e consapevole.

Intervento di Luca Molinari
Trovo che il testo di Alessandro Mendini sia importante perchè esprime un disagio diffuso nell'architettura d'oggi soprattutto per quello che retoricamente viene chiamato "star system". Non voglio fare del moralismo rispetto alle necessità che ha l'architettura di comunicarsi e di trasformare i suoi protagonisti in attori/icone (in fondo anche lo stesso Mendini è stato un maestro in questo :).... sarebbe come non rendersi conto in che mondo viviamo e ci muoviamo tutti noi oggi. Credo che la scala della discussione sia diversa.
Ci troviamo di fronte da qualche anno a un vero e proprio "neo-International Style" imperante a livello mondiale, indifferente ai luoghi e alle persone che vivranno quelle opere, autoreferenziale e per questo arrogante; un sofisticato prodotto di import-export pensato e fatto per dare lustro indifferentemente a un paese governato da una dittatura come a una piccola città italiana. Non c'è ricerca reale se non in termini stilistici e formali; non c'è pensiero sulla scala dell'uomo che li vivrà e che dovrebbe caricarli di senso, desiderio ed esperienze. Si tratta di opere che vivono per se stesse e che forse per questo, nella maggior parte dei casi, nasceranno già vecchie perchè superate dal pericoloso consumo di immagini che travolge molta buona architettura di ricerca e sperimentazione.
La situazione d'oggi vive un curioso paradosso tra i rendering patinati che esprimono nulla se non ricerca di un consenso immediato e fragile mentre dall'altra parte le realtà mondiali che attraversiamo continuamente, le storie che incontriamo e che dovremmo ascoltare con maggiore attenzione, ci indicano la possibilità di lavorare su di una clamorosa metamorfosi in corso che sta rimescolando le carte della società contemporanea con desideri, richieste, simboli e necessità in continua evoluzione. L'architettura e il design hanno davanti a sè decenni di sperimentazioni potenziali straordinarie.. perchè accontentarsi del cerone mal posto di qualche starlette di passaggio?

Intervento di Fabio SantopietroUn giorno d’estate che non ricordo per quale ragione me ne andavo a zonzo per Torino, sono finito nella piazzetta della Consolata, una chiesa che non è soltanto una chiesa, o un omaggio monumentale eretto in devozione alla Beata Vergine della Consolata (la quale aveva restituito la vista a un cieco di Briancon), un santuario, ma anche un’istituzione religiosa che sforna missionari, e un pò di anni dopo, dalle parti del Kenya, avrei pure conosciuto uno sparuto ma ben gagliardo gruppo di quella piuttosto notevole specie di uomini che sono i missionari. In Africa, quella nera, quella che sarebbe l’Africa vera e propria, distante dalle pur poche e spesso polverose città, di palazzi non ce ne sono. In Kenya i missionari della Consolata alloggiavano in baracche di legno costruite da loro stessi; di fianco al santuario di Torino invece c’erano case, per lo più in stile neoclassico, se non sbaglio, ma comunque case accanto a case contigue ad altre case, insomma, la città. In quell’afoso pomeriggio estivo le finestre del palazzotto trasformato in piccolo condominio che stavo osservando, affranto e col mal di piedi per il troppo camminare, erano tutte spalancate; da una di quelle finestre, ognuna mestamente addobbata con vasetti di gerani, compare un uomo, un fantasma, mi dicevo nella calma oltremondana di quella piazzetta, in età di pensione e in canottiera, trafelato dal far niente, trafelato dal sudore del suo tramonto esistenziale. Ma bagnava i fiori. Guardavo la scena come fossi al cinema, e malgrado l’aria poco fiera del soggetto, malgrado la sua canottiera biancastra non particolarmente decorosa e che faceva venire, al solo guardarla, più caldo del caldo che c'era, la scena, che nella mia immaginazione si sarebbe potuta ripetere identica nell’infinita serie di finestre aperte sui muri delle case di Torino, la scena cui assistevo, dove il personaggio protetto dalla sua abitazione – una casa, un palazzo che rispondeva a un disegno e a un progetto, per quanto poco ricco fosse – mi ha fatto pensare all’orgoglio. Mi ha fatto pensare che le case sono specie di monumenti che l’uomo erige per intonare il canto dell’orgoglio di sé, dato che al loro interno si sente sicuro. Un pò come le pisciatine dei cani per mettere i puntini sulle “i” del loro territorio. Sono difesa e orgoglio, ma possono crollare. Anzi, pensavo, sono sempre in pericolo di crollo, sono periclitanti. Eppure, difendono. Ora leggo qui nel blog di NABA l’intervento di Alessandro Mendini, che definisce arroganti le più recenti tendenze dell’architettura, in contrasto con quella proposta per l’Albergo dei Poveri da Riccardo Dalisi.
Orgoglio e arroganza non sono certo la stessa cosa. E al contrario del sottoscritto, Mendini è ben più competente, specie in faccende di design e architetture. Ma quella sua “arroganza” – non del designer, ma degli stili delle odierne architetture nel giudizio dell'osservatore – mi ha appunto fatto ripensare all’orgoglio da me attribuito all’erigersi di quelle abitazioni, tanto più appariscente quanto meno ricco era il suo contenuto – l’uomo in pensione e la sua aria rassegnata, la canottiera, il caldo che non si riusciva a debellare. E il suo bagnare i fiori. Mi ci ha fatto ripensare per affinità nel contrasto, perché, se l’arroganza non ha niente di toccante, l’orgoglio, che può ben essere alimento di arroganza, di roba che commuove può averne molta.
In un lampo, come già altre volte ma in circostanze diverse e le più varie, ho la visione dell’uomo come di una creatura di insondabile e sconsolata debolezza. Tale da permettergli, fra le altre cose, l’invenzione della protervia e dell’arroganza. E le case, a mò di punizione, mi sembrano periclitanti, cioè sempre sul punto di crollare, eppure ancora eroicamente in piedi. In quelle circostanze visionarie, che per fortuna non sono così frequenti, mi capita quello che si dice succeda al moribondo, che poco prima di chiudere gli occhi per sempre vedrebbe in un lampo il corso della propria esistenza. Solo che, a me non ancora morente, a presentarmisi davanti agli occhi non è il fulmineo riassunto della mia, di esistenza, ma quello della specie, di Homo Sapiens Sapiens. Inclusi in questa visione, e con la medesima fulmineità, si inanellano gli sforzi millenari profusi dal bipede per sopravvivere, l’eroica fatica dell’impotenza contro l’onnipotenza (che non è Dio, al momento, ma l’Universo), mi vengono in mente queste fatiche, come dire, al netto dell’arroganza, le vedo: sono la misura, la matematica o la musica, per esempio, l’arte, l’edificio della bellezza, la titanica fragilità del poetico, l’architettura. O la cura dei fiori. Magari il progetto di Dalisi è, nella sua novità umanistico romantica, e contro le sbrodolate arroganti non meno che stucchevoli e ciniche delle nuove e sempre vecchie economie, un pò come bagnare i fiori alla finestra di una casa periclitante – e, dico, non certo per dare del pensionato al suo inventore.

Intervento di Alessandro Mendini
Sono tempi di architetture enormi, gigantesche, che incidono sulla superficie della terra con dura arroganza. Esse violentano i luoghi, la natura e le persone. La loro strabiliante bellezza è solo di tipo realistico, la formula della loro invenzione compositiva è tutta contenuta e risolta nella esasperazione tecnica. Ricerca tecnica e ricerca sui materiali, infiniti generi di materiali sofisticati. Un realismo dove il virtuosismo tecnico diventa esso stesso il solo fine dell'architettura. Le star dell'architettura contemporanea sono dei violenti stilisti, le loro forme esprimono solo styling. Il progetto di Riccardo Dalisi per l'Albergo dei Poveri di Napoli è l'opposto di questa fredda non-utopia tecnicistica.
Quella di Dalisi invece è una utopia umanistica. Una sfida antropologica.
L'architettura oggi è arrogante. Una bellezza, un virtuosismo, una enorme capacità indirizzata al male. Alle star dell'architettura nulla interessa dell'uomo. L'edificio deve essere grande, grandissimo, enorme ed è solo fine a se stesso. Non è un monumento. La sua scenografia sbalordisce e si risolve nella meraviglia della sola visione. La motivazione umana è assente. Il committente, il principe è la pura e sola economia, è in gioco solo il gioco astratto e cosmopolita del denaro.
Anche l'immagine del grande progetto di Riccardo Dalisi esprime virtuosismo tecnico. Ma la sua tecnica rende esplicito un messaggio, è l'ingranaggio per una visione romantica. E' motivata dall'utopia di una trasformazione profonda del mondo, che parte dai disagi e dai desideri di cambiamento epocale della persona umana. Invece che immagine tecnica, il nuovo Albergo dei Poveri di Dalisi è una figura geometrica che esprime un concetto di cambiamento mentale, e che trae energia e si integra e innesta profondamente nella storia.
Un'utopia architettonica esemplare impensabile certo nella sua interezza, ma possibile in quanto organigramma metodologico.

Intervento di Riccardo Dalisi
Leggo i numerosi interventi e non mi sorprende che intorno al progetto dell’Albergo dei Poveri di Napoli sia nato un dibattito vero e proprio sull’architettura moderna.
L’Albergo dei Poveri aveva già, quando fu concepito, una dimensione che ancor oggi appare grandiosa e “spettacolare” al pari di tante vistose attrazioni delle odierne città: recuperarlo come cuore pulsante di attività dove possa esprimersi la creatività e la produttività della città è una sfida: nel panorama dei grandi esempi di cui si parla in questo dibattito vale il fatto che il progetto nasce dal basso, è un’idea e un desiderio puro, non chiede alcun ritorno, si propone da sé. Ed infine, vale il “disegno” d’uso: un grande laboratorio ove ogni tornaconto economico può essere solo conseguente ad una cultura che coniuga il sapere al saper fare, la crescita sociale ed umana all’impegno. Il convincimento di fondo è che solo una crescita plurima e di ampio respiro, meglio forse dire una “decrescita”, ha le carte in regola per ribaltare la deriva attuale di una crescita puramente economica che cancella dal suo percorso tutti i deboli della terra. Assumere la “decrescita” come via del nuovo futuro vuol dire essere responsabili del destino della società e del mondo. Il che significa innanzitutto essere molto attenti a cosa implica la progettazione di un oggetto (anche di un’architettura) e quali sfere della nostra sensibilità tocca. Tutte le cose materiali, al pari di quelle immateriali che costituiscono il nostro spazio di vita, mandano in realtà messaggi, ci affascinano: vestiti, auto, tavoli, architetture... Essere affascinati significa ricevere dei messaggi. Il messaggio oggi dominante è che il tempo dell’oggetto si abbrevia, si contrae, è trascurato; si guarda all’oggetto nella sua fugacità, se ne sottolinea solo l’aspetto effimero. Ci mandano insomma, questi oggetti, unicamente messaggi di “consumo”.
Il progetto dell’Albergo dei Poveri è stato un motivo di maturazione della consapevolezza culturale di tali problemi ed insieme di approfondimento di temi progettuali che riguardano ad un tempo il moderno e l’antico.
Un secondo ed importante aspetto per cui l’Albergo dei Poveri potrebbe inserirsi nei grandi progetti, con cui le città più avanzate in vari posti del mondo creano la loro identità, è quello dell’ecosostenibilità. Ad esempio, la nuova sede dell’Università di Malmö è una “palestra” di applicazione delle più avanzate tecnologie per uno sviluppo urbano socialmente ed ecologicamente sostenibile. I sistemi fognari sono studiati per il riciclo delle acque di scarico e l’utilizzo di scorie organiche. I quaranta architetti responsabili del piano di riqualificazione studiano sistemi per le energie rinnovabili, dall’uso di vecchi sistemi di coltivazione (piccoli orti), alle micro architetture, fino ai giardini botanici sui tetti ad uso pubblico per una superficie di 9.000 mq. La green city di Malmö si presenta al mondo attraverso il portale Ekostaden (www. ekostaden.com) che illustra i progetti relativi attivi.
L’Albergo dei Poveri potrebbe, al pari di Malmö, diventare il centro di ricerca e soprattutto di sperimentazione dei progetti per fare di Napoli una città ecosolidale.