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via Cesare Correnti, tra il civico 7 e il civico 11, Milano
E’ un antico edificio, più volte rimaneggiato, la cui prima pietra fu posta nel 1272. E’ un luogo accogliente, dove ci si sente di casa e dove il rapporto tra pubblico, scena ed attori è più intimo e sentito che negli spazi tradizionali.
It 'an old building, remodeled several times, whose foundation stone was laid in 1272. It’s a cozy place where you feel at home and the relationship between public, actors and the scene is more intimate and heartfelt than in traditional spaces.
> project by
NABA scuola di moda
corso di : Storia dell'arte
Vito Calabretta
EURI-ODI: AI PIEDI
the project has been realized in NABA, on friday 24th april, 2009
due anni avevo un gatto, metà bianco e metà nero, che forse per questo si chiamava Due. Morì per ossimoro mangiando veleno per i topi. In quel tempo, a Torrazzo sulla Serra di Ivrea dove eravamo sfollati per sfuggire alla persecuzione antisemita dei nazifascisti, mia madre ci portava in chiesa per nascondere la nostra identità. Come tanti ebrei di quella generazione e di generazioni passate eravamo marrani, ebrei in segreto, travestiti da cristiani. Il nostro falso nome era Cardone (ho stentato più tardi ad accettare di chiamarmi Levi). I torrazzesi facevano finta di crederci cristiani, perché mia madre non si spaventasse e fuggisse di nuovo come aveva già dovuto fare più volte; ma sapevano, e tacendo ci offrirono ospitalità e salvezza; al pari di tutti i giusti non chiesero nulla. A loro dedico questo libro con riconoscenza.
Stefano Levi Della Torre
Zone di turbolenza
Feltrinelli, Milano, 2003
piedi
Il gesto di lavare i piedi allo straniero, all’ospite, all’avventore, esiste in molte tradizioni culturali del nostro mondo. Ne proponiamo una edizione che cerca di rendere loro omaggio e di valorizzare la fecondità di un atto semplice, la sua capacità di creare dialogo e di essere a sua volta sorgente di un racconto, di una storia, di una conoscenza.
Il laboratorio è una scena del teatro («Quale intima forza di finzione gli permise di dissimulare quel pianto!») dove, tutti compagni, si lavano entrambi i piedi in cambio di quattro chiacchiere («e tre giorni non son bastati per terminar la sua storia»).
A fare il gesto è un gruppo di persone diverse: ha l’obbiettivo di promuovere lo scambio tra contatto e racconto. Su questo scambio si costruisce il concetto di ospitalità, così come, per ordine di Penelope («perché Penelope lo vuole, e anche perché a me mi si strazia il cuore a sentire i patimenti tuoi»), ha fatto Euriclea a Odisseo («prese un bacile, tutto tirato a lucido, splendente, ove lei stessa soleva lavarsi i piedi»).
Nel caso di Euriclea, l’adempimento del gesto nei confronti dello straniero le consente un riconoscimento importante («riconobbe, essa, la piaga») e scandaloso («gioia e dolore l’avevano afferrata … tu, la mia creatura!»), così come succede in ogni processo di conoscenza, a volte grazie a un caso, a un indizio, a un pensiero peregrino.
Nei luoghi culturali dove il gesto di lavare i piedi in segno di ospitalità è praticato, le implicazioni simboliche, rituali, emotive sono diverse. Questa edizione del gesto ambisce a ridurre la propria configurazione espressiva come succede in un quadro di Robert Ryman o in un’opera di Bruce Naumann, nella speranza che tale configurazione, circoscritta in un’opera, non perda il proprio valore («Quella spilla era un’opera d’arte»).
I frammenti da Omero sono tradotti da Emilio Villa.
Ps: In fondo, si tratta anche di amore.
vito Calabretta
I nostri piedi
Sfogliando un manualetto dell’arte, uno di quei libri pure ben fatti che servono a riassumere la materia in lineamenti scolastici, mi imbatto nella buona riproduzione di uno splendido affresco di Domenico Ghirlandaio, del 1457; sono le Esequie di santa Fina. La venerabile donna giace distesa, non più pallida delle altre figure che riempiono lo spazio, ma rigida. Sulla destra dell’immagine stanno ritti in fila ordinata quattro o cinque chierichetti, tranne uno, più intraprendente, che si china sul fondo per abbracciare, con una delicatezza così toccante da risultare fisica, tangibile, un piede nudo della santa, lo sfiora con una guancia e con la medesima delicatezza lo lambisce sulla parte opposta, con le tre dita di una mano.
Tiene il piede della santa fra la guancia e le dita, dolcemente.
Secondo il principio espresso da Roland Barthes nell’enunciare quel particolare di una fotografia che, per quanto infinitesimo, ne dà il senso, non riesco a distogliere lo sguardo dalla scena, e l’affettuosa, commossa reverenza del giovane devoto al piede sinistro di santa Fina mi sembra per l’appunto il senso dell’affresco, addirittura il senso della devozione, molto più di vescovi e dignitari che stanno dall’altra parte: la carezza rivolta a un piede con la guancia, le labbra e le tre dita di una mano.
Ma per bello che sia non è questo il senso che vorremmo dare a I nostri piedi.
Religione e devozione non c’entrano. O forse sì, in qualche modo, alla lontana, a ben vedere.
Qui da noi i piedi se ne stanno di solito raccolti fra calze e scarpe, anche in barba a certe ultime tendenze che ci fanno vedere, sugli Champs Elisées di Parigi, certe signore all’ultima moda che se ne vanno d’inverno con i sandaletti senza calze.
Il piede è anche oggetto di feticismo, e per quel che mi riguarda, ogni volta che mi capita sottocchio la nuda estremità inferiore di una fanciulla, come con la guancia del chierichetto nell’affresco del Ghirlandaio, nemmeno la buona educazione mi convince a distogliere lo sguardo.
Il piede è intimo, può puzzare – specie quello degli uomini -, suda, si dice sia pure una zona erogena, oppure soffre il solletico se vellicato, e il pediluvio è un piacere per la rilassatezza che procura. Quando “ci liberiamo”, ci togliamo scarpe e calze (non solo, per la verità).
L’abluzione che con I nostri piedi vorremmo proporre osa avvicinarsi a un senso sociale del gesto. Ed è per l’appunto un gesto. Il cui senso sociale raccoglie forse quasi tutti i (non molti) connotati che ho prima enunciato, forse persino la devozione; ma qui, il gesto viene devoluto per infrangere, per quel che può e nel suo piccolo – non stiamo chiedendo a tutto il mondo di passare nel teatro della nostra scena a sfilarsi calze e scarpe – viene devoluto per infrangere l’isolamento di una mancata condivisione. Per scambiare quattro chiacchiere nella sorpresa di un’insolita vicenda. Anche per lasciarsi andare, per togliere rigidità, per scambiarsi con l’altro, per dare all’altro il giusto peso, giacché l’altro è noi e noi stessi siamo lui. Noi non siamo che l’altro di ogni altro, e chissà che da un innocente, garbato e ospitale pediluvio non germogli perfino la pace nel mondo.
Quanto alla presunta scomodità del doversi appunto levare scarpe e calze, in una città così movimentata, brulicante di affari e lavoro, con le strade intasate e il tempo che non è mai da perdere, è pur possibile che i primi caldi del periodo del Salone permettano la comodità di liberarci di uno soltanto fra i due accessori, giacché le calze le avremmo già lasciate nei cassetti.
Ma in ogni caso, qui si tratta di delicatezza.
Mi sono chiesto naturalmente quale sarebbe il mio atteggiamento se fossi direttamente coinvolto in questo esperimento di ospitalità. Anche Stefania, che qua vi presento, se lo è chiesto. E a parte il fatto che, non so se perché è donna, nell’immaginarsi la scena non si è affatto immedesimata nel lavare i piedi di qualcuno ma piuttosto nel farseli lavare, sembrava, Stefania, tutt’altro che recalcitrante. Il sottoscritto invece, proprio all’opposto, si è pensato intento a lavarli. Si è cioè figurato di ritrovarsi al cospetto di uno sconosciuto, o una sconosciuta, stranamente intento a maneggiarne le estremità inferiori, con qualche reciproco imbarazzo, giacché il sottoscritto non è un attore, e ha creduto persino di comprendere almeno qualche aspetto dei molti rifiuti che, soltanto in fase organizzativa, Vito ideatore del progetto si è visto opporre – tutti, praticamente tutti gli hanno risposto “no, è bello, ma è troppo intimo”. Ma come intimo! Ma sei i piedi vengono lavati in un laboratorio (che si fa teatro), in diverse postazioni – simili a quelle degli antichi lustrascarpe, antichi da noi – tutte una accanto all’altra! Accompagnate, le postazioni e le persone, da uno scambio di parole cortesi e riservate! Verrebbe da citare una delle puntute freddure con vignetta di Altan, non ricordo riferita a cosa, che diceva: “abbiamo tutti un culo sotto ai calzoni”.
Eppure, io stesso mi sentirei in imbarazzo, sia nel lavarli che nel farmeli lavare. E come si lavano, per esempio, i piedi altrui? Devo lasciare che l’acqua scorra anche fra le giunture di ogni dito? Si devono trattare come i piedi di un bambino? Si deve usare lo stesso straordinario tatto che ci sorprende quando in un documentario vediamo le possenti mani di un gorilla, o di un orso, capaci di piegare il ferro, passare invece leggere sul pelo della prole? Si userà il sapone? Non lo so.
Ma è precisamente a causa di questo imbarazzo che, qualora fossi chiamato a calarmi in uno qualunque dei due gesti, mi ci sottoporrei senz’altro, e presumo anche con un certo piacere. Specialmente, il piacere di scambiare quattro ospitali chiacchiere con un perfetto sconosciuto – o sconosciuta – (dal mio punto di vista di piccolo scrittore, non c’è niente di più interessante dell’essere sconosciuto, dell’Essere di quasi ogni sconosciuto, dello Sconosciuto) infrangendo, con delicatezza, una quantità sconfinata e perfino palpabile di barriere che il costume, e soprattutto il malcostume, ci alza all’intorno nel costringerci, ogni santo giorno, a uscire di casa con una calza infilata sulla testa, come tanti rapinatori di anime.
Fabio Santopietro